Lo stile di caccia del barracuda mediterraneo (seconda parte)

Nella prima parte dell’articolo abbiamo visto le caratteristiche generali del barracuda mediterraneo, in particolare la sua morfologia e la tecnica di pesca che preferisco per poterlo insidiare.

In questa seconda parte racconterò di una giornata di pesca “tipo” alla ricerca del barracuda, descrivendo ciò che avviene fuori dall’acqua (ovvero il punto di vista del pescatore) e in ultimo ciò che avviene dentro l’acqua (cercando di immedesimarci nel nostro affezionato predatore).

Azione di caccia (fuori dall’acqua)

Arrivati sullo spot col sole ancora alto iniziamo a lanciare i nostri long jerk, se riusciamo a catturare l’attenzione di qualche barracuda, non passerà molto tempo che uno o più esemplari inizino a seguire incuriositi la nostra esca, spesso studiandola durante tutto il percorso, ovvero da quando l’artificiale tocca l’acqua a quando arriva sino ai nostri piedi.

Si pensa che le zone di caccia preferite dal barracuda siano gli habitat con profondità molto elevate antistanti le falesie, in realtà si possono catturare esemplari di buona dimensione anche in zone con profondità molto basse, in questo caso un’esca che lavori in superficie ci consente di pescare dove i jerk non riescono.

Può capitare che i primi attacchi a segno siano di esemplari molto piccoli, o in assenza di questi, potremo avere piccoli sussulti sull’esca di individui anche molto grandi, che sapientemente, danno delle piccole musate che servono probabilmente per capire se la nostra esca sia qualcosa di appetibile.

Con l’avvicinarsi del tramonto e con l’attenuarsi dei raggi del sole ci avviciniamo all’ora X, quell’intervallo di mezzora/un’ora dove i barracuda sono molto più propensi ad attaccare la nostra esca. Io spesso mi rendo conto che è arrivato questo momento, quando inizio ad avere difficoltà a mettere a fuoco le cose, per via delle condizioni di scarsa luminosità.

Questa difficoltà nella visione è probabilmente avvertita anche dai pesci che vengono predati dal barracuda, e quest’ultimo invece, possedendo un occhio molto pronunciato in proporzione al corpo, avrà un vantaggio notevole nella visione notturna e quindi nella caccia della preda.

L’occhio di grandi dimensioni permette al barracuda di poter catturare i pochi raggi luminosi degli orari crepuscolari, avendo così un vantaggio rispetto alle prede che caccia.

Continuiamo a recuperare in maniera ritmica con jerkate e lunghe pause, sino a che finalmente arriva il momento dell’attacco, che è sempre emozionante, dopo lo stop, un paio di jerkate e la nostra esca si ferma di colpo, una ferrata istintiva permette alle ancorette di poter penetrare anche le zone più coriacee del muso di questo pesce.

Il combattimento non è quasi mai impegnativo, rispetto ad altri predatori il barracuda non effettua una notevole resistenza (specie se si tratta di esemplari al di sotto dei due chili), il massimo che può fare è qualche piccola fuga verso il fondo, oppure spesso si limita solo ad agitare la testa fuori dall’acqua, con la speranza di potersi liberare da quella cosa che lo trascina sempre più con forza verso riva, e spesso capita che proprio in questi momenti il barracuda l’abbia vinta riuscendo ad allentare la tensione della lenza e a liberarsi dall’artificiale lasciandoci così con le pive nel sacco.

Azione di caccia (dentro l’acqua)

Stiamo nuotando tranquillamente nel mare quando ad un certo punto qualcosa cattura la nostra attenzione, prima sentiamo uno grosso tonfo in acqua, poi strane vibrazioni che stimolano la nostra curiosità. Il sole è ancora alto e in queste condizioni la caccia risulta essere difficile, le prede ci vedono e percepiscono con più facilità.

Una volta individuata la strana preda, ci avviciniamo ed iniziamo a studiare il suo nuoto.

Sembrerebbe che questo pesce sia una preda abbastanza facile da cacciare. Iniziamo a seguirla durante tutto il percorso, e se l’aspetto ci convince, ovvero se pensiamo che sia effettivamente una preda commestibile, aspettiamo le condizioni di luce giuste per attaccare. Il problema è che quando cerchiamo di studiarla da molto vicino, la nostra visione binoculare viene meno, allora cerchiamo di percepirla con altri sensi, come quello del tatto, toccandola con la punta del muso quando non riusciamo ad inquadrarla con gli occhi.

Piccoli barracuda ancora inesperti ci si avventerebbero subito, ma un barracuda che ha raggiunto buone dimensioni, quindi con tanta esperienza, sa che un attacco con le condizioni di luce sbagliate potrebbe tradursi in una perdita della preda, e quindi ad una nottata con lo stomaco vuoto.

 

Piccoli barracuda non hanno timore di attaccare esche molto grandi rispetto alla loro taglia, in questo caso anche esche di 21 centimetri di lunghezza.

La luce diminuisce e sappiamo che è venuto il nostro momento per attaccare. Iniziamo a seguire l’esca prendendo il ritmo del suo nuoto, aspettiamo che si fermi, ci avviciniamo e attendiamo una sua ripartenza per effettuare l’attacco, questo perché quando la preda si trova immediatamente di fronte al nostro muso non abbiamo la consapevolezza certa di dove essa si trovi, inoltre se dovessimo sbagliare mira, la preda, che ha già scattato, sarà stanca e avrà meno energia per scattare di nuovo e quindi avremo più occasioni per riprovare ad attaccarlo subito dopo (Questo potrebbe spiegare perché spesso l’attacco avvenga immediatamente dopo una jerkata, la jerkata è molto utile perché fa sì che l’esca sbandando entri nel campo visivo del barracuda).

Una volta che abbiamo scelto il momento più giusto facciamo un rapido scatto e afferriamo la preda. Ci accorgiamo subito di qualcosa di strano, un forte strattone ci spinge quasi a mettere la testa fuori dall’acqua, proviamo a ritornare in acqua per respirare con qualche rapido guizzo verso il fondo, ma questa forza ci riporta di nuovo in superficie, proviamo a mettere il muso fuori dall’acqua per liberarci dall’esca, agitando la testa a destra e a sinistra. La nostra manovra ha funzionato e non sentiamo più nulla che ci tira a riva, non ci spieghiamo cosa sia successo, ma la prossima volta faremo sicuramente più attenzione.

 

Dottore in Scienze ambientali e laureando in Gestione dell’ambiente e del territorio marino. Appassionato pescatore ricreativo sin dalla tenera età, ora pratica per lo più tecniche che riguardano l’utilizzo di esche artificiali.

Francesco Curreli

Dottore in Scienze ambientali e laureando in Gestione dell'ambiente e del territorio marino. Appassionato pescatore ricreativo sin dalla tenera età, ora pratica per lo più tecniche che riguardano l'utilizzo di esche artificiali.