Il “match the hatch” quando funziona e quando no?

Il termine “Match the Hatch” tradotto letteralmente con “azzeccare la schiusa” è una frase nata e creata dai pescatori a mosca. Con questa frase si intende un approccio di pesca basato sulla scelta dell’esca artificiale, che deve simulare in tutto e per tutto la preda di cui si stanno nutrendo i pesci in quel habitat e in quella stagione dell’anno.

Molti pescatori sportivi che si approcciano per la prima volta allo spinning o ad altre tecniche che non prevedono l’utilizzo di esche naturali, almeno una volta si saranno chiesti come sia possibile che un pesce possa attaccare un’esca artificiale di plastica. Purtroppo neanche gli ittiologi con anni di studio alle spalle possono dare una risposta certa a questa domanda, ma possiamo fare qualche considerazione.

Per spiegarvi meglio voglio condividere con voi un aneddoto.

Quando ho iniziato a pescare nello stagno di San Teodoro per lo studio di una possibile attività di pesca nel comprensorio, ho cercato di tracciare una sorta di linea guida che potesse aiutare i futuri clienti di questa attività a scegliere le tecniche e le esche più giuste per la cattura degli esemplari di spigola presenti in gran numero nelle acque di questo stagno.

 

Lo stagno di San Teodoro, nell’omonimo comune in provincia di Sassari in sardegna

La prima cosa che mi ero prefissato di capire, era quale fosse l’alimentazione principale di questi pesci. Avevo già avuto delle informazioni dai pescatori locali, ovvero che le spigole in quel periodo si cibassero principalmente di granchi, che trovavano in gran quantità lungo le sponde della laguna, quindi un cibo facile da predare e presente in abbondanza.

Anche se avessi preso per buono ciò che i pescatori mi avevano detto, avevo comunque necessità di fare una correlazione tra il contenuto stomacale dell’individuo che avrei catturato (per verificare l’alimentazione dell’organismo in quel momento) e l’esca utilizzata per ingannarlo, per poi a posteriori, capire se la cattura fosse avvenuta grazie alla buona riuscita del “Match the hatch” (ovvero la perfetta simulazione degli organismi di cui si nutrono in quel momento), oppure fosse stato ingannato per altri motivi più legati all’aggressività o alla curiosità.

Quindi pieno di belle speranze mi reco per la prima volta, all’alba, nella zona prescelta, avevo scelto il picco di bassa marea per avere una visione più completa del fondale e delle sponde.

L’approccio iniziale è stato quello del “Match the hatch”, avevo dei gamberi da bass, che stavo utilizzando come trailer di piccoli jig, che mi permettevano di simulare in maniera esemplare, i granchi che grufolano nella sabbia.

Un Jig autocostruito con trailer che simula un piccolo gambero

Purtroppo dopo qualche ora di lanci a vuoto sembrava che l’approccio non funzionasse, ero riuscito ad avere qualche inseguimento sino a sotto i piedi ma i pesci non si decidevano ad attaccare. Avevo quindi bisogno di cambiare strategia, e agendo più per istinto che per ragionamento, ho innescato una soft swimbait su un amo offset, senza piombature per pescare anche molto vicino alle sponde ovvero dove questi pesci si alimentavano. La scelta è ricaduta su una delle esche che mi aveva dato grosse soddisfazioni in altri ambienti ed in altre situazioni , e dopo pochi lanci avevo fatto la mia prima cattura.

La prima spigola catturata durante il progetto sullo studio a San Teodoro

A questo punto avevo bisogno di capire se quella cattura fosse avvenuta perché proprio in quell’istante avessi lanciato l’esca su un individuo che era in caccia su qualche pesce, o che fosse abituato a cacciare pesci, oppure per qualche altra motivazione.

Serviva quindi la prova del nove, ovvero il controllo dei contenuti stomacali.

Particolare del contenuto stomacale della spigola catturata, che dimostra come questa si stesse nutrendo di granchi

Come si può vedere dalla foto, lo stomaco del pesce era particolarmente pieno, ed il contenuto era totalmente composto da granchi.

Perché il jig da bass non ha funzionato e la soft swimbait sì? Ovvero, quand’è che il “Match the hatch” non funziona? Come ho detto prima la risposta certa non si potrà mai avere, ma io un’idea me la sono fatta.

Quei pesci erano talmente abituati a predare sui granchi, tanto da conoscere quei crostacei in maniera perfetta, ogni movimento e comportamento era stato studiato in maniera perfetta dalle spigole, dopotutto i granchi non effettuano grandi spostamenti e non possono certamente scappare da un predatore come una spigola, quindi i predatori hanno tutto il tempo per studiare nei minimi dettagli le loro prede. Un jig da bass, per quanto fosse manovrato con cognizione di causa, non convinceva totalmente questi pesci, che seguivano e studiavano l’esca per curiosità, ma che forse non vedevano come qualcosa di commestibile. L’approccio con la swimbait invece ha probabilmente scatenato l’aggressività di quel pesce, che forse ha visto in quest’esca un possibile competitore (simulando magari una piccola orata) molto presenti nella laguna, che potenzialmente poteva “rubare” i preziosi granchi di cui si stava cibando, quelle piccole e sfuggenti orate, che la spigola non ha mai avuto modo di analizzare nel dettaglio, ma che ha sempre percepito più con la linea laterale piuttosto che con la vista.

L’attacco in questo caso avverrà istintivamente, grazie alle esche che nel bassfishing vengono definite come “di reazione”, ovvero esche dal nuoto veloce e spesso con produzione di vibrazioni che vengono percepite dalla linea laterale dei predatori che vogliamo catturare.

Questo sarebbe quindi una sorta di match the hatch secondario, ovvero un approccio che non simuli direttamente ciò di cui si sta nutrendo quel pesce in quel momento dell’anno, ma un possibile competitore, che si nutre dello stesso alimento della spigola.

In conclusione mi sento di consigliare a chiunque di non ragionare mai a scatola chiusa nella pesca, non fossilizzatevi su concetti o teorie ma affidatevi anche al vostro istinto, e se va bene, riflettere a posteriori sul perché quell’esca ha funzionato in quell’occasione.

Dottore in Scienze ambientali e laureando in Gestione dell’ambiente e del territorio marino. Appassionato pescatore ricreativo sin dalla tenera età, ora pratica per lo più tecniche che riguardano l’utilizzo di esche artificiali.

Francesco Curreli

Dottore in Scienze ambientali e laureando in Gestione dell'ambiente e del territorio marino. Appassionato pescatore ricreativo sin dalla tenera età, ora pratica per lo più tecniche che riguardano l'utilizzo di esche artificiali.