Catch and release: pratica buona o poco utile?

Quanti di voi si son mai sentiti dire: “Peschi e ributti i pesci? E allora che vai a pescare a fare?!”, oppure: “Ma una volta che l’hai tirato fuori dall’acqua, non andrà a morire in ogni caso?” e molte altre frasi di questo genere.

La scienza può cercare di dare una risposta, specialmente all’ultima domanda.

Ci sono diversi studi sulla tematica “mortalità e catch and release”, in questo articolo, condividerò con voi uno studio molto recente svolto su una specie che mi sta molto a cuore, la spigola.

INTRODUZIONE

La spigola (Dicentrarchus Labrax), è una specie di notevole interesse alieutico, ed esistono molti pescatori ricreativi di diversi paesi europei che dedicano le loro pescate interamente alla ricerca di questo pesce. Ultimamente la comunità scientifica si sta rendendo conto del pericolo che sta correndo la salute degli stock di questa specie, e la gestione di questi è diventata argomento di discussione anche della comunità europea.

Viene messa in discussione oltre che la pesca professionale, anche la pesca ricreativa, e sono già diverse le leggi che intervengono su questi due settori, con l’obbiettivo di rimediare all’impoverimento degli stock.

Questa pubblicazione, molto probabilmente, nasce proprio dalla necessità di conoscere quale sia l’impatto che la pesca ricreativa possa arrecare a questa specie, anche con metodi di catch and release, pratica che è estremamente esercitata soprattutto nei paesi del nord Europa.

Dopo aver fatto un leggero preambolo, posso iniziare a spiegarvi le dinamiche di questo studio partendo dagli obbiettivi che si prefigge.

OBBIETTIVI

Lo studio vuole analizzare quale sia il rischio, quindi la percentuale, di mortalità che una spigola può incorrere dopo essere stata rilasciata.

MATERIALI E METODI

Per effettuare tutti gli studi scientifici, la prima cosa che bisogna fare è limitare al massimo le variabili (per minimizzare gli errori), lavorando in ambienti che siano i più controllati possibile. In questo caso si è scelto quindi di sfruttare un impianto di acquacoltura presente all’istituto di Idrobiologia e scienze alieutiche all’università di Amburgo in Germania, lavorando quindi in ambienti con parametri chimico-fisici conosciuti e mantenuti costanti. Sempre con lo scopo di eliminare ogni errore, la mortalità/vitalità degli esemplari catturati con tecniche di pesca ricreativa, è stata comparata con esemplari di controllo non catturati con queste metodiche, ma semplicemente sollevati dall’acqua per 7 secondi con un retino (per essere pesati e contati), il controllo ha la funzione di escludere dei casi di mortalità che potrebbero essere dati da cause intrinseche all’allevamento.

Si son scelte successivamente due tecniche di pesca da utilizzare, tra quelle più gettonate dai pescatori ricreativi, la prima prevede l’utilizzo di un’esca naturale, tramite un terminale pater-noster, servendosi di ami generosi (del tipo aberdeen misura 1/0) con l’innesco di un’arenicola intera. La seconda tecnica prevedeva l’utilizzo di attrezzatura da spinning, utilizzando due esche differenti, un minnow e uno shad di gomma su testina piombata con amo 2/0.

Una spigola catturata con uno shad di gomma e un amo offset 2/0

FASE SPERIMENTALE

Si è cercato poi di simulare un’attività di pesca reale, sottoponendo i pesci agli stress più comuni che possono capitare, divise in diversi campioni: lo stress da esposizione all’aria (con un massimo di 5 minuti di esposizione) e lo stress da allamatura profonda (lasciando ingoiare di proposito l’esca), inoltre si sono evidenziate le differenze nell’utilizzo delle diverse esche (naturale, esca dura, esca di gomma).

Un’altra interessante metodica utilizzata è stata la verifica delle condizioni di salute della spigola dopo la cattura e prima dell’effettivo rilascio. Queste metodiche sono studiate per investigare sulla possibilità di poter valutare il possibile danno subito dall’organismo, e da queste poter decidere a priori se effettuare il rilascio o trattenere l’esemplare che rischierebbe, ad altissime percentuali, di andare incontro alla morte. La particolarità di questi metodi è che non servono preparazioni tecniche avanzate o strumenti particolari per poterle applicare, e sarebbero quindi applicabili anche dal pescatore ricreativo. Non mi dilungo su questo punto anche perché sono argomenti ancora in via molto sperimentale, e che quindi hanno bisogno ancora di studi per confermarne l’efficacia.

Ma passiamo subito ai risultati ottenuti.

RISULTATI

La mortalità totale media dei pesci catturati è stata del 5,2%, ovvero si è osservata la morte dei pesci in un intervallo di 10 giorni dopo la cattura (si è visto anche in altri studi, che la mortalità da stress da cattura avviene in molto meno tempo, circa un’ora, quindi, in questo studio, si son tenuti particolarmente larghi coi tempi).

Con lo 0% di mortalità per i pesci catturati con tecniche con l’uso di esche artificiali (minnow con ancorette e testina piombata con shad di gomma), 0% di mortalità nei pesci “controllo” e 13,9% di mortalità per i pesci catturati con l’esca naturale.

Il motivo che ha portato la pesca con esca naturale ad essere la più impattante, risiede nella natura intrinseca della pesca con esche naturali, specialmente quelle definite “all’aspetto”, ovvero quando si lascia passare qualche secondo dopo la prima tocca, per poi effettuare la ferrata. Questo tempo di attesa fa sì che il pesce ingoi l’esca, rischiando che l’amo raggiunga le parti vitali (esofago e stomaco), e questo è accaduto nonostante si sia utilizzato un amo molto grosso per questo tipo di pesca (misura 1/0).

Illustrazione presente nella pubblicazione, che mostra le zone dove i pesci son stati allamati in base alla tecnica utilizzata

Su 36 spigole catturate con esca naturale, ben 7 hanno avuto questo problema, e 5 di queste son morte entro l’ora dopo il rilascio.

La pesca con esche artificiali non ha avuto questo problema, la ferrata immediata non ha permesso al pesce di avere Allamate profonde, questo fatto conferma la natura sostenibile dello spinning rispetto a quella con esca naturale, ma questo punto potrò approfondirlo in un altro articolo.

Per quanto riguarda gli altri due esperimenti lo stress da esposizione all’aria, e lo stress da allamatura profonda (lasciando ingoiare di proposito l’esca) si hanno avuto due risultati opposti, l’esposizione all’aria anche prolungata (sino a 5 minuti) non ha procurato la morte dell’organismo, e questo spiega, come lo stress dell’esposizione all’aria, da solo, non sia un fattore fatale. L’allamatura profonda invece ha avuto il 76,5% di fatalità, l’effetto combinato di manipolazione per la slamatura, sanguinamento, lesioni di zone vitali interne all’organismo, ed esposizione all’aria prolungata (per le operazioni di slamatura hanno determinato morte quasi certa dell’organismo).

l’allamata in una zona non vitale permette una slamatura veloce e senza ripercussioni sull’organismo (foto di Antonio Varcasia)

CONCLUSIONI

Tirando le somme, la pesca sportiva, anche con il catch and release, non è una pratica che è assente da imprevisti, risulta essere quindi di fondamentale importanza, la consapevolezza del pescatore sui metodi migliori per effettuare il rilascio, ricordandoci sempre che la salute dei nostri ecosistemi è sempre più fragile e anche piccoli disturbi possono rivelarsi molto dannosi.

A presto e buon mare!

P.S. per chi volesse approfondire questo è il link alla pubblicazione originale https://academic.oup.com/icesjms/advance-article-abstract/doi/10.1093/icesjms/fsx240/4816122?redirectedFrom=fulltext

 

 

 

 

Dottore in Scienze ambientali e laureando in Gestione dell’ambiente e del territorio marino. Appassionato pescatore ricreativo sin dalla tenera età, ora pratica per lo più tecniche che riguardano l’utilizzo di esche artificiali.

Francesco Curreli

Dottore in Scienze ambientali e laureando in Gestione dell'ambiente e del territorio marino. Appassionato pescatore ricreativo sin dalla tenera età, ora pratica per lo più tecniche che riguardano l'utilizzo di esche artificiali.